Non sono un gran sentimentale, ma Tibet merita una menzione particolare, un ricordo, due righe.
Per quasi 20 anni è stato il mio compagno di escursioni solitarie, quasi avventurose, certamente spettacolari e, per me, indimenticabili, all’interno del Parco Nazionale del Circeo.
Parlo del cavallo che incontrai nel maneggio di Livia a Sabaudia – una cittadina a 100 chilometri da Roma – e che ho montato per un lunghissimo periodo. Quello sul quale ho passato più tempo in sella. Quello che ha subito per anni le conseguenze della mia inesperienza, anche perché mi ero incaponito di imparare l’equitazione senza prendere lezioni!
Un castrone, morello, di taglia media, abbastanza tranquillo, dal comportamento prevedibile, ma timoroso di qualunque situazione fuori dell’ordinaria routine. Si innervosiva quando gli capitava di incontrare sulle strade, le mulattiere e i sentieri di montagna, biciclette, auto, trattori, mucche, tori e soprattutto cani. Diffidava persino di passare troppo vicino alle persone.
Ma non era una testa matta.
Quando Livia e Gino, i proprietari del maneggio, ritennero che fossi in grado di uscire da solo con Tibet, fuori dei confini del maneggio, senza creare troppi problemi, cominciarono delle lunghe cavalcate – quasi sempre in solitario – sul Monte Circeo, intorno al Lago di Paola, nella selva del Parco, nella Baia d’Argento, sulla spiaggia di Sabaudia, che d’inverno è meravigliosamente deserta e si presenta come una pista delle Capannelle! Adattissima per delle cavalcate strepitose, ventre a terra, calpestando furiosamente, sabbia, alghe e il bordo delle onde, quando il mare è calmo.
E’ buffo, quando galoppi alla disperata, senti sotto di te se il cavallo ne è contento, perché risponde perfettamente al ritmo che gli imponi e quando cerchi di tirare le redini per rallentarlo e non stancarlo troppo, senti che – col muso – le respinge e accelera.
Anche il mettersi in gara con gli altri cavalli del maneggio galoppando sui lunghissimi tratti di spiaggia libera, sembrava fosse una spinta naturale per ogni cavallo, l’ ingarellarsi.
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Certo, all’inizio Tibet era giovane, vigoroso, veloce e mi dava grandi soddisfazioni e, se col passare degli anni, il suo galoppo diventava sempre meno agile e meno veloce, vivaddio rallentavo anch’io! Direi che siamo invecchiati insieme!
Di Marco Biffani domani la seconda parte